Sonia
Agosti
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Come sai Sonia, sono stato discepolo di Gaston Bachelard che era teorico delle materie e aveva una grande attenzione per il ruolo delle materie nell'arte. Credo che tutti gli artisti, soprattutto nelle fasi iniziali, debbano affrontare questo problema dell’ immaginario delle materie: i materiali che si stanno per utilizzare non sono neutri, non sono innocui, non sono innocenti e non sono inerti. Sono invece attivi : tutti i materiali, dall'olio agli acrilici, al marmo, alle crete, possiedono un loro proprio immaginario. L'artista, soprattutto l'artista giovane che inizia il suo cammino estetico ha a che fare con questo immaginario. Tutta la tua pittura fin dall'inizio, ha questa necessità di conoscere l'immaginario della materia per farla incontrare/scontrare con il tuo personale immaginario. Nel tuo caso, la riflessione di partenza, a mio parere, è l'immaginario della “natura”. Hai elaborato questa natura tua, una natura forte, vigorosa, per non dire violenta, che si muove tra un informale ai limiti della figurazione e una figurazione ai limiti dell'informale. Nei primi lavori è come se tu volessi inviare, o scagliare questo bestiario sulla materia per addomesticare non le bestie ma la materia stessa. La materia comincia a risponderti, ed è a quel punto che ne hai timore:  la liberazione della materia sotto la minaccia del bestiario, ti spaventa a tal punto da sentire il  bisogno di strutturarla, di contenerla, di ordinarla ed ecco che emergono, soprattutto sul fondo, delle strutture. Quello che i francesi chiamano quadrillage, delle simmetrie, dei ritmi nei quali tu tenti di contenere la foga che il bestiario aveva liberato. E poi viene il periodo più lungo del tuo lavoro che è quello dell'informale, di quell’espressionismo astratto fatto di gestualità libera, sfrenata. E questo periodo del tuo lavoro è un passaggio obbligato, direi necessario anche se non il più originale, ma è un momento di grande liberazione; è quando immaginario, materia e segno si liberano nel modo più risoluto. E’ violenza, è ribellione del gesto, che in seguito approda a qualcosa di ancora più importante, sicuramente più personale, più originale. Uno degli elementi che mi ha affascinato di più del tuo lavoro, presente con vigore un po’ dappertutto, è il coraggio dei sentimenti. Molto spesso con la scusa e la copertura del concettuale oggi, l'arte, è del tutto distaccata dai sentimenti o tenta di esserne distaccata. Si ha una sorta di neutralità quasi fosse un fatto scientifico governato da una necessaria indifferenza. Secondo me l'indifferenza, che  da un punto di vista antropologico e sociologico è una delle grandi malattie del nostro tempo e del nostro sistema sociale, politico, economico, nell'arte si traduce in qualcosa di thanatofilo. Non si ha più il coraggio di intervenire di pancia, di mostrare i propri sentimenti: la paura, la rabbia, la gioia, il desiderio, tutto quello che vuoi. Molta dell'arte concettuale cade in questo tranello, in questa facilità. È evidentemente facile distaccarsi, non spendersi. Il non spendersi a parer mio è uno dei crismi negativi dell'arte contemporanea. La tua pittura è tutta “espressionista”, tu in fondo sei un'espressionista e questo tuo espressionismo unito al dubbio ti dà la possibilità di cogliere la realtà facendoti camminare su questo limite, su questo crinale estremo abbastanza terribile, anzi difficilissimo, secondo me assai doloroso. La tua pittura è sofferente, non ci sono dubbi. Questo orlo tra l'informale, che è la liberazione dalle forme  e un figurativo appena sfiorato, dove appaiono volti, mi suggerisce l’idea dell’incontro tra l'organico e l'inorganico, il minerale e Il biologico e non è mai deciso, perché è talmente doloroso che è impossibile deciderlo ed è questa indecisione che rende la tua arte assolutamente contemporanea. Gli ultimi lavori presentano un’epifania di luce. Addirittura direi che gli ultimi lavori, sono come delle membrane sensibili, stese in attesa, che stanno captando questo nuovo elemento della luce. Che riordina un po’ tutto, che ricompone un universo che si riavvicina di nuovo alla natura, non una natura smembrata, ma una natura ricomposta, forse perfino pacificata. Non certo un “figurativo”, ma a questo limite più consapevole tra figurativo e informale. Chissà che questa alba di luce non sia un segno straordinario per una ricerca sempre più personale. Sono parvenze di esistenza, come se si passasse dal semplice materico, poi allo sfrenarsi del materico per approdare prima al minerale, di seguito al biologico, infine verso l'umano e, là dentro, verso l'esistenziale.  È la luce che ristruttura e coagula la materia in forme di memoria che sono già di memoria o di preavviso dell'umano. Una profezia dell’umano, anche se remota. 
Pietro Bellasi